Nella Linea Maginot

02-09-2012 21:56

tags: Schoenenbourg, Maginot,

1940, Alsazia. La Germania nazista ha occupato la Renania e si appresta a scatenare la guerra.
Una vettura militare tedesca pattuglia il confine, ma sbaglia strada. Non sa che a qualche km di distanza una vedetta la sta osservando.
A 3 km dalla vettura, 30 metri sotto terra, militari francesi cominciano a manovrare. Pochi secondi dopo, da un muro di cemento armato spesso 4 metri fuoriesce un carapace corazzato di 10 tonnellate. Un cannone da 75 aggiusta direzione ed alzo. La macchina è annientata al primo colpo: il primo dei 16484 sparati dal Forte di Schoenenbourg, della Linea Maginot.



La guerra del 14-18 era costata alla Francia più di 60 miliardi di franchi-oro, 1.4 milioni di morti, 3.5 milioni di feriti. Prima ancora della firma del Trattato di Versailles si era posto per la Francia il problema della scelta della difesa: bisognava fare di tutto per evitare un nuovo massacro.
Dopo lunghi dibattiti si optò per la costruzione di zone fortificate che coprissero per centinaia di km i confini con Belgio, Germania, Svizzera e Italia. La concentrazione maggiore si ebbe nelle zone pianeggianti dell'Alsazia, che era stata appena annessa alla Francia ed era completamente scoperta ad eventuali attachi tedeschi.
Gli scopi della linea difensiva erano molteplici: proteggere le zone industrializzate alsaziane; dare tempo all'esercito di schierarsi efficacemente in caso di attacco a sorpresa; costringere il nemico ad aggirare le difese passando solo in territori prestabiliti; compensare l'inferiorità numerica dell'esercito, causata dalle pesantissime perdite umane e dal conseguente limitato ricambio generazionale dopo il primo conflitto. L'opera fu iniziata nel 1928 e terminata nel 1935, con ulteriori aggiornamenti nel 1939-1940.


Il forte di Schoenenbourg è il principale del complesso difensivo della zona di Hagenau. Come in tutta la pianeggiante regione alsaziana, viene deciso di realizzare tutte le strutture 30 metri sotto terra, proteggendole con 4 metri di cemento armato. Dal sottosuolo fuoriescono solo gli ingressi per uomini, armi e viveri, tutti pesantemente difesi e posti a notevole distanza gli uni dagli altri, e le sei torrette armate. Le cupole blindate delle torrette si sollevavano solo in caso di necessità, altrimenti venivano riabbassate raso terra per minimizzare la possibilità di impatto dai colpi nemici. L'opera era armata con mitragliatrici, cannoni, mortai e cannoni anticarro, e poteva colpire bersagli a 360 gradi in un raggio di 9500 metri. Ogni cannone sparava di norma un colpo ogni 4 secondi, ma poteva arrivare ad un colpo al secondo per brevi periodi.


Sottoterra il forte era diviso in una zona alloggi, con cucina, infermeria e centrale elettrica, ed una zona di combattimento, con le torrette e il centro di comando. Le due aree erano collegate da un tunnel della lunghezza di 3 km, ed erano esse stesse notevolmente ramificate. Il tunnel era servito da una rotaia per il trasporto delle armi.

L'opera era all'avanguardia della tecnica disponibile. La ventilazione era garantita da una serie di ventilatori, che fornivano anche una sovrapressione per mantenere all'esterno eventuali gas velenosi nemici; per sicurezza erano presenti anche filtri.
La corrente elettrica, all'epoca neanche presente in gran parte delle abitazioni civili, veniva attinta da due diverse linee civili esterne, ma poteva essere generata internamente da 4 gruppi di motori da 160 cavalli. Anche la cucina era elettrica; il forte aveva scorte per mesi, in parte conservate in ghiacciaia. L'acqua era attinta da 4 fonti diverse.


Nell'improbabile caso di ingresso nemico erano previste ulteriori misure difensive, quali porte blindate nei tunnel per sbarrare la strada, cannoni mitragliatori automatici per sterminare i nemici intrappolati, dinamite per far esplodere le strutture ed ingegnose vie di fuga.
Il posto di comando era collegato telefonicamente alle vedette esterne, da cui si apprendeva la posizione nemica e l'esito dei tiri. In questo modo era possibile informare le torrette su come modificare la mira in caso di mancato bersaglio.


Il forte fu effettivamente assediato per oltre un mese consecutivo, nel maggio e giugno 1940, e resistette a incessanti bombardamenti. I tedeschi utilizzarono inutilmente cannoni da 420mm, proiettili perforanti da una tonnellata, bombardamenti aerei. La resistenza del forte permise ai francesi di infliggere pesanti perdite ai nemici, obbligandoli, come previsto, ad aggirare le difese violando la neutralità belga. Purtroppo la superiorità militare nazista era tale che l'esercito francese, pur aspettando il nemico al varco, fu completamente battuto in poche settimane. Il forte non fu comunque sconfitto, e i militari lo consegnarono al nemico solo 5 giorni dopo la firma dell'armistizio.



Se combattere dall'esterno contro cannonate provenienti da un muro di cemento avrebbe spaventato chiunque, vivere rinchiusi sottoterra per mesi, senza distinguere il giorno e la notte, non deve essere stato facile. Il forte oggi è visitabile, e l'esperienza è angosciante. Già dopo pochi minuti vince un senso di oppressione, l'umidità è fortissima, i corridoi stretti. Il rumore dei generatori e dei ventilatori è ossessivo, e come se non bastasse viene riprodotto regolarmente il suono di allarme. Solo per visitare tutto sono necessarie almeno 3 ore.

Come sapete non mi piace modificare le mie foto al PC perché preferisco lavorare al momento dello scatto, tuttavia in questa occasione ho preferito togliere colore e aggiungere un effetto seppia perché mi sembra che rappresenti meglio l'atmosfera tetra del luogo.
Il reportage fotografico si trova qui:

http://www.tommasobientinesi.it/myreportage.php?id=1537&slide=1

Cliccando si accede direttamente allo slideshow, che ho accompagnato con un sottofondo che tenta anche di riprodurre i rumori del forte e quelli di un bombardamento. Se non dovesse partire la sequenza, cliccate su OPTIONS e poi su SLIDESHOW.
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